Posted On 4 novembre 2014 By In News With 514 Views

Life is not breathing corre a New York

L’impegno dell’Associazione Simone Tetti corre oltre oceano, partecipando alla Maratona di New York 2014. Grazie alla passione per la corsa e all’allenamento lungo un anno, Danilo Stamegna ha portato per le strade della Grande Mela il motto dell’Associazione #lifeisnotbreathingbutdoing, coinvolgendo numerose persone a sostenere i progetti World! e Next Generation.

Il primo passo in terra americana lo abbiamo già fatto correndo!

 

“Ho aspettato qualche giorno prima di raccontare la mia esperienza alla 2014 New York City Marathon, la mia decima maratona in assoluto, la prima in assoluto per emozioni.

Gli infortuni patiti nelle ultime settimane di preparazione paradossalmente mi hanno aiutato a vivere bene questa esperienza, permettendomi di concentrarmi solo sul puro divertimento invece che sulla prestazione cronometrica. E divertimento è stato, come è normale che sia in una città come New York, nonostante un percorso durissimo (almeno per le mie caratteristiche tecniche) reso ancora più ostico dal forte vento.

L’idea del gemellaggio con l’Associazione Simone Tetti mi ha ulteriormente caricato a vivere a pieno questa esperienza, rispettando il motto LIFE IS NOT BREATHING BUT DOING.
La partecipazione attiva di tante persone al mio invito di supportare l’associazione è stata fantastica, talvolta insospettabile e sorprendente. Questa è la prova, come uso spesso dire, che è importante creare “occasioni” e lasciare che le cose accadano.
Ringrazio tutti, di cuore, per il coinvolgimento.

Sul ponte Verrazzano, allo sparo di cannone della partenza, ho messo la mia bandana e sono partito. Solo in quel momento ho capito l’inizio della magia dell’evento, ed un brivido mi è corso lungo la schiena. Ho pensato a Simone, le sue gambe non gli avrebbero permesso di correre, ed allora toccava a me farlo per lui. Immaginavo quello che poteva dirmi, sicuramente qualche incoraggiamento con la sua tipica ironia romanesca… Probabilmente l’ha fatto davvero, forse era lì vicino a saltare, battere le mani e a cantare cori da stadio insieme agli abitanti di Brooklyn!

Già, Brooklyn…. Mi è entrato nel cuore. 15km, oltre un’ora di incitamenti incessanti di signore, signori, ragazzi che mi chiamavano per nome (grandioso il consiglio di mettere il nome sulla maglietta!).

Goo Danilooo, Come on Danilooo, Push Deinailoooo

Io che ero partito come al solito cercando di essere concentrato solo su di me ed il mio passo, dopo neanche 1 km ero dentro uno stadio, con tutta la gente che strillava (e storpiava!) il mio nome, suonava le trombette, agitava bandiere, cantava slogan, batteva “cinque” e stringeva i pugni verso di me. Mi sono sentito una star, come se tutti fossero venuti apposta per me, per una volta nella mia vita non ero un tifoso che incitava i miei beniamini, ma ero il protagonista. Allora ho avuto l’occasione di fare quello che ho sempre sognato che i miei beniamini facessero per me, loro tifoso.

Ho corso per loro, dovevo restituire loro tutta quella passione. Ho risposto a tutti quelli che ho potuto udire, a volte in inglese, a volte in italiano…. Con la mano sinistra ho battuto tutti i cinque che potevo, in alcune occasioni ho pianto per l’emozione, in altre sono scoppiato a ridere, come quando un tizio con la barba che con la mano destra teneva una birra in mano, e con la sinistra stringeva il pugno e mi urlava “Run, motherfucker RUUUNNN”.

Trombe, grancasse, tamburi, “high-five stations”… Ad un certo punto vedo un omone che mi strilla “Forza Paisà!”: no, paisà è troppo, non riuscivo a smettere di ridere…

Tanti striscioni (“kisses for random strangers”, “smile me if you don’t wear underwear”, …), tanti che porgevano kleenex, chi con i vassoi distribuiva dolcetti fatti in casa o porzioni di macedonia, le persone dello staff che raccoglievano i bicchieri dei ristori e pure loro mi strillavano GO DANILOOO.
Prima di uscire da Brooklyn c’è una curva a destra, io ero sulla sinistra e quindi fuori traiettoria, ho stretto come tutti per non fare troppa strada. Ho guardato i ragazzi che stavano lungo la curva, nessuno passava loro vicino, strillavano e cantavano per attirare l’attenzione, allora mi è venuto spontaneo di allargare le braccia e tirarle in su per invitarli a fare più forte: un boato per risposta, manco avessi segnato un touchdown per i New York Giants…

La prima metà di gara è passata così, le emozioni sono state così forti da non farmi accorgere del peso dei saliscendi poi è arrivato il temuto ponte Queensboro, che porta dentro Manhattan.
Il ponte è coperto e non ci sono tifosi, si sentiva solo il riverbero dei passi delle centinaia di podisti attorno a me. Qualcuno si fermava per la fatica (vigliacchi, penso, lo fanno qui perché se ci fossero i tifosi glielo impedirebbero!!!), la salita sul ponte è dura, e sapevo che l’avrei pagata, sarebbe stata dura da lì arrivare sulla finish line.
Man mano che ci avviciniamo alla fine del ponte, si sente in lontananza un rumore, che si fa sempre maggiore… quel ponte che sembra un tunnel lo ricorderò per sempre come un tunnel degli spogliatoi di uno stadio. Vedo la luce in fondo e sento il rumore più forte, esco lanciato in discesa con una curva a sinistra e sento il più forte boato che potessi immaginare.
L’emozione provata in quel momento è indescrivibile, con tutta la disidratazione causata da oltre due ore di corsa, qualche lacrima di commozione è scesa lo stesso…

È stato indescrivibile, un caos assordante, non si distinguevano le parole, mi è venuto l’istinto di girarmi ed ho potuto vedere mia moglie salutarmi.
A quel punto sono stanco, la salita sul ponte mi ha spezzato il ritmo, ma ho una scommessa che paga tanto più riesco ad andare veloce in questi ultimi km, allora mi rimetto fuori traiettoria a sinistra per prendermi tutto il calore delle persone che hanno ripreso a chiamarmi per nome: sono i tifosi di Manhattan i miei integratori, lascio agli altri i carbogel e le pasticche di potassio.
Reggo fino al ponte successivo, quello del Bronx, poi non tengo più il ritmo, non sopporto più il vento. Passo per Harlem, dove la gente canta, sono stanco ma me la godo fino in fondo questa maratona, decido di rallentare e non sprecare tutte le energie, devo rimanere cosciente e gustarmi la gente che mi incita, incessante, fino alle fine.

Gli ultimi km sono dentro Central Park. Ma quando l’hanno costruito, non potevano farlo in piano? Ancora salite, poi a 500m dal traguardo tolgo la bandana, a la mostro ai fotografi.
C’è scritto sopra LIFE IS NOT BREATHING BUT DOING.
Mi avvicino alla linea d’arrivo, alzo gli indici al cielo e urlo due volte quelle parole.

Sì, è stata una gran fatica, ma ne è valsa la pena. La maratona, come sempre, non delude mai, ti manda a casa sempre più ricco di prima. Ma questa volta l’esperienza è stata davvero sorprendente.”

Danilo Stamegna

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